Pablo Echaurren per l'Ottavarima:

...Tu m’inviti a bere un po’ più del solito, a brindare insieme, a libare nei lieti calici, ad alzare il gomito, ad andare in cimbali, a tirare il collo a quante più bottiglie, ad avvinazzarmi, a, arrubinarmi, ad inciuccarmi, ubriacarmi. Da vecchio fan dei Rolling Stones -posso dire di aver assistito al loro primo concerto romano, ne conservo ancora il biglietto come fosse una reliquia da tramandare ai poster- con lucida determinazione ho praticato un’esistenza da rolling stoned. Certo non come il sommo magister, il mio mister, il mio twister -cioè te-, ma insomma ci ho dato dentro di buzzo buono. Ebbene sappi che da oltre tre mesi ho ridotto le dosi, mi sono auto imposto ritmi odiosi, ho deciso di fare il morigerato, di sottrarmi al mio mandato di bevone e mi sono costretto a non superare i due bicchieri al giorno. La mattina mi alzo e penso sconsolato alla razione che mi attende la sera e mi viene su un magone che non ti dico. Mi ripeto che lo faccio per il mio bene, che poi magari, dopo un periodo di decantazione, posso tornare a puppare liberamente, risarcirmi del maltolto, pompare a bischero sciolto. Ma purtoppo mi conosco, so di che pasta sono fatto, quando mi do una regola di comportamento, divento il peggior aguzzino di me stesso, non demordo, non mi scordo dell’ukase, non sgarro nemmanco di fronte al plotone d’esacrazione. Un’eccezione però potrei farla, magari per andare a L’Ottava Rima, la cantina dell’amico Nicola Santoro che ha appena aperto in quel di Sorano un’enoteca che intende contrastare l’insana tendenza che vuole riverniciare in chiave scemenza vacanziera l’intera zona. Sorano, Pitigliano, e non solo loro, stanno cadendo in mano a spietati ristrutturatori, a manager della vinificazione e

della manipolazione, ad imprenditori del fine settimana, ad accaparratori di vigne e fondi abbandonati, di borghi spopolati su cui si accingono a stendere un fondale teatrale, a costruire un richiamo per turisti alla ricerca della buona tavola, della cucina genuina, della tovaglia contadina, della ricetta della nonnina, della caciottina d’una volta. Costoro stanno allestendo un’immagine messinscena scema, una sceneggiata griffata, una recita taroccata fatta di fiaschetterie delle fighetterie, di boutique del crostino, di atelié del caberné. Come se dovessero tirare su una maremma di cartapesta a Las Vegas. Nicola, viceversa, si è votato alla ricerca di prodotti atipici. Si atipici, giacché nel concetto di “tipico” c’è quanto di più falso, di più inautentico, di più artefatto, si possa immaginare. “Tipica” è quella simulazione della tradizione sparita, quella spettacolarizzazione della cultura manuale che è puramente virtuale, quella mediocrizzazione della cultura rurale, quella banalizzazione in chiave d’escursione per gitaioli vitaioli. All’insegna della Vecchia Trattoria ia-ia-oh. Tipicità come sterotipicità, come inerte ripetizione di un canone, di un copione che non esiste se non come finzione di un’epoca d’oro che non è mai esistita. Si intende così troppo di sovente sulla genuinità, sulla qualità, sulla tipicità, per non farne dubitare fortemente. Provo orrore per il folklore. Nutro amore invece per i libri della collana Strade Bianche di Stampa alternativa, per lo stracchino del consorzio caseificio di Sorano, per il biscotto di salame di Fratini, per i vini non blasonati, per i sott’oli della signora Bruna che trovo all’Ottava Rima...          

Pablo Echaurren